Automazione

Automazione dei processi aziendali: da dove si comincia davvero

Il primo processo da automatizzare non è quello che dà più fastidio: è quello che ha volume, regole scrivibili e un esito verificabile. Ecco come si riconosce, con i numeri da raccogliere prima.

MadTech Aggiornato il 9 min di lettura

Il processo più fastidioso non è quello giusto

Quando ci chiamano per «automatizzare qualcosa», la prima proposta che arriva è quasi sempre l'attività che in quel momento sta facendo arrabbiare qualcuno: la fattura sbagliata, l'ordine perso, il file Excel che si è corrotto. È comprensibile, ma è un cattivo criterio di scelta. Un fastidio acuto capita magari otto volte l'anno; il costo vero di un'azienda sta quasi sempre in un'attività noiosa che nessuno nomina mai, ripetuta trecento volte al mese.

Il criterio che usiamo è semplice: volume × tempo unitario × costo dell'errore. Un'attività da tre minuti ripetuta quaranta volte al giorno vale due ore al giorno, cioè circa quaranta ore al mese: molto più di un'attività da mezza giornata che capita una volta al mese.

Le quattro misure da prendere prima di scrivere una riga di codice

Prima di qualunque preventivo servono quattro numeri. Si raccolgono in una settimana, con un foglio e un cronometro — non serve un progetto di analisi.

  1. Volume: quante volte al mese accade. Contatelo davvero, non a memoria: la stima a memoria sbaglia quasi sempre per eccesso sui casi rari e per difetto su quelli banali.
  2. Tempo unitario: quanti minuti servono a farla bene una volta. Cronometrate tre esecuzioni diverse, fatte da persone diverse.
  3. Tasso di errore: quante volte su cento va rifatta, e quanto costa rifarla — compresi i danni a valle (una consegna sbagliata, un cliente che chiama, una nota di credito).
  4. Variabilità: quante eccezioni ci sono e quanto pesano. Se il 70% dei casi segue la stessa strada, l'automazione ha senso anche lasciando il 30% a mano.

Regola pratica

Se le eccezioni superano la metà dei casi, non state guardando un processo: state guardando un mestiere. Automatizzatene un pezzo (l'inserimento, il controllo, la notifica), non tutto.

I tre requisiti tecnici che rendono un processo automatizzabile

Un processo si automatizza bene quando ha tutte e tre queste caratteristiche. Se ne manca una, il progetto si può ancora fare, ma costa di più e rende meno.

1. L'input è digitale, o può diventarlo senza sforzo

Un file XML, una riga di database, un messaggio, un modulo compilato online sono input digitali. Una telefonata, un foglietto scritto a mano o un PDF fotografato storto non lo sono: prima vanno digitalizzati, e quel passaggio ha un costo e un tasso di errore suoi. Buona notizia italiana: le fatture elettroniche che ricevete via Sistema di Interscambio sono già XML strutturato, non immagini. Chi vi propone di «leggerle con l'OCR» vi sta facendo pagare un problema che non avete.

2. Le regole si possono scrivere

«Se l'importo supera 500 euro serve l'approvazione del titolare» è una regola scrivibile. «Dipende dal cliente» non lo è — finché non si chiarisce da cosa dipende. Il lavoro più utile in un progetto di automazione è spesso questo: costringere l'azienda a mettere per iscritto regole che esistevano solo nella testa di due persone. Vale anche se poi il software non si fa.

3. L'esito è verificabile da una macchina

Deve esistere un controllo automatico che dica «è andata bene» o «è andata male». Imponibile + IVA = totale. La giacenza non è mai negativa. Ogni ordine ha un documento di trasporto. Se non riuscite a scrivere il controllo, non avete un processo automatizzabile: avete una decisione, e le decisioni si supportano, non si automatizzano.

Quando conviene non automatizzare

Diciamo di no più spesso di quanto ci si aspetti. I casi tipici:

Il primo intervento: piccolo, misurabile, reversibile

Il primo pezzo di automazione dovrebbe essere in produzione entro poche settimane e riguardare un solo passaggio. Non «il gestionale nuovo»: il singolo anello che oggi costa di più.

Esempi di primi passi che funzionano quasi sempre:

Quest'ultimo è il nostro preferito come punto di partenza: costa poco, non tocca niente di esistente, non può rompere nulla, e in due settimane vi dice quanto sono davvero allineati i vostri dati. Molte aziende scoprono lì che il problema non era la lentezza, ma la discordanza.

Cosa fare lunedì mattina

  1. Scrivete l'elenco delle attività ripetitive, senza filtrarle.
  2. Per le prime cinque, contate volume e minuti per una settimana.
  3. Segnate accanto a ognuna se l'input è digitale, se le regole sono scrivibili, se l'esito è verificabile.
  4. Quella che ha tutti e tre i sì e il totale ore più alto è il vostro primo progetto.

Se dopo questo esercizio non emerge un candidato chiaro, il messaggio è utile lo stesso: in questo momento vi conviene lavorare sull'ordine dei dati, non sull'automazione.

Domande frequenti

Quanto tempo serve per la prima automazione?

Per un singolo passaggio ben delimitato, dalle due alle sei settimane dall’avvio, di cui buona parte spesa a chiarire le regole e a preparare i dati. I progetti che partono con un perimetro ampio impiegano mesi e spesso non arrivano mai in produzione.

Serve cambiare gestionale per automatizzare?

Quasi mai. Nella maggior parte dei casi si lavora attorno al gestionale esistente: si leggono e si scrivono dati tramite API, esportazioni programmate o database, lasciando il sistema dove sta. Cambiare gestionale è una decisione separata, con costi e rischi propri.

Le automazioni tolgono lavoro alle persone?

Tolgono i passaggi ripetitivi — copiare, incollare, ricontrollare — che nessuno rivendica come il proprio mestiere. Il tempo liberato ha valore solo se viene riassegnato a qualcosa di utile: per questo nel calcolo del ritorno chiediamo sempre a cosa servirà quel tempo.

Un processo che vi ruba ore ogni settimana?

Raccontatecelo in due righe. Vi diciamo se si automatizza, quanto costa e in quanto tempo rientra — oppure che non conviene, se è così. Prima call senza impegno, preventivo sempre gratuito.

Da leggere dopo